Il “complotto” dei complottisti

Il Post oggi ha pubblicato un interessante articolo sugli studi scientifici relativi al complottismo.
Le teorie del complotto hanno sempre un certo successo, anche quando replicano in modo patetico le stesse risposte per decine di eventi diversi o quando si contraddicono tra di loro. Il fatto che si commenta, tutto sommato, conta fino ad un certo punto, perché «una teoria del complotto non è tanto la risposta a un singolo evento, quanto l’espressione di una visione del mondo complessiva», come si cita nell’articolo. Ciò che conta è la continua conferma della Grande Idea, cioè che il mondo sia controllato da una forza totalitaria e misteriosa che assume ogni volta forme diverse: Bilderberg, Trilateral, Cia, Mossad, i “mercati finanziari” o gli “speculatori”, le case farmaceutiche, le multinazionali del petrolio, la lobby delle armi, la magistratura comunista ecc.ecc.

Alcuni complottisti discutono della sparatoria del 28 aprile davanti a Palazzo Chigi

Alcuni complottisti discutono della sparatoria del 28 aprile davanti a Palazzo Chigi

Il problema è che queste teorie, prosegue l’articolo, si coniugano spesso con un senso di impotenza che porta l’individuo a diffidare della possibilità di cambiare la realtà: d’altronde, come si potrebbe cambiare la realtà, se questa è dominata da forze oscure che controllano risorse economiche ingenti e se tutti i media principali tendono ad occultare la verità? Il complottismo porta, quindi, alla rassegnazione nei confronti dell’esistente.

La cosa più deprecabile è che questa forma di rassegnazione tende a sviare il discorso dalle questioni realmente importanti, su cui saremmo in grado di agire se ce lo facessero notare, a quelle infantili sull’uomo nero brutto e cattivo.
Così, invece di parlare della guerra in Iraq e di Guantanamo, non proprio due sciocchezzuole, il complottista preferisce perdere il suo tempo con strampalate teorie sull’attentato alle Torri Gemelle. Invece di interrogarsi sull’attuale crisi economica, sulle sue eventuali cause e le possibili soluzioni, il complottista preferisce parlare di Bilderberg e Trilateral, anche se non sono di certo i suoi componenti a dettare la linea ai governi.

In poche parole: non solo si elaborano delle teorie cervellotiche prive completamente di fondamento, ma si svia anche il discorso da questioni più serie. Chissà, magari anche loro fanno parte del Bilderberg e cercano di disinformare i cittadini!

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E’ nato il governo Letta. Prime considerazioni

Enrico Letta ha presentato finalmente la lista dei ministri del suo governo. Commentare i nomi dei ministri è probabilmente ridicolo in questo momento, visto che teoricamente potrebbe anche non ricevere la fiducia in Parlamento. Faccio però alcune considerazioni di carattere strettamente personale, partendo dal presupposto più importante: più che i nomi e i curricula conta quel che faranno i futuri ministri. Quindi vedremo in futuro di dare un giudizio più preciso e dettagliato.

  1. Partiamo dal presupposto che, per colpe del PD ma anche per colpe del M5S, questo nasce come governo di unità nazionale tra PD e PDL. Può non piacere l’idea di un accordo simile, e a me non piace affatto, ma è inutile pretendere nomi “di sinistra” o lamentarsi che non ce ne siano. Berlusconi non li avrebbe accettati, come giustamente il PD non avrebbe mai e poi mai accettato nomi come Paolo Romani, Renato Schifani o simili. I ministri scelti dovevano, pertanto, risultare accettabili per entrambi i partiti.
  2. Il PD si è arreso al PDL? E’ una domanda retorica. E’ ovvio che sia una “resa”, quella di un partito che ha la maggioranza assoluta alla Camera, ma non al Senato, e deve pertanto accordarsi col nemico per fare un governo. Se spulciamo la lista dei ministri, ci accorgiamo però che è stata fatta all’insegna del Manuale Cencelli. I ministeri principali, infatti, sono stati assegnati a quattro personalità esterne ai partiti di governo [Saccomanni all’EconomiaGiovannini al LavoroCancellieri alla Giustizia, Bonino agli Esteri] e uno a testa ai partiti [Mauro di Scelta Civica alla DifesaAlfano all’Interno, Letta alla Presidenza del Consiglio].
    Negli altri ministeri le cariche sono divise piuttosto equamente, con otto ministeri per il PD [Autonomie, Rapporti col Parlamento, Pari opportunità, Beni culturali, Sviluppo, Istruzione, Ambiente, Cooperazione internazionale], cinque quattro ministeri per il PDL [Riforme costituzionaliInfrastrutturePolitiche agricoleSalute].
    In generale, quindi, mi sembra quindi che siano rispettati i rapporti di forza scaturiti dalle elezioni. Altro che “resa”, se intendiamo con ciò la cessione di ministeri all’avversario.
  3. Qualche idea sui nomi. E’ un consiglio dei ministri che mi lascia l’amaro in bocca. Enrico Giovannini non credo sia il nome migliore per il Welfare, l’avrei visto meglio al ministero per lo Sviluppo Economico; è comunque un buon nome. Più apprezzabili, da un punto di vista strettamente personale, sono le scelte di Emma Bonino agli Esteri, di Maria Chiara Carrozza all’Istruzione [su di lei segnalo questa interessantissima intervista che mi ha segnalato su Twitter Mila Spicola] e di Carlo Trigilia alla Coesione territoriale [non lo conoscevo, ma il suo curriculum sembra ottimo]: competenze importanti al servizio del paese. A loro aggiungerei Enzo Moavero Milanesi, di cui non si parla mai, ma che ha avuto un ruolo importante nelle trattative tra il governo Monti e i rappresentanti degli altri paesi UE negli scorsi mesi: avrà un ruolo fondamentale quando il governo Letta, si spera, proverà a chiedere un alleggerimento del Fiscal Compact al fronte dell’austerità.
    Altre scelte sono a mio avviso apprezzabili da un punto di vista strettamente politico. Il ministero della Giustizia rischiava di essere un boomerang e Letta l’ha risolto con grande astuzia piazzando lì una figura super-partes come la Cancellieri: i nomi pessimi circolati nei giorni scorsi, come Violante o Vietti, sono stati scongiurati; è però altamente probabile che non si farà alcuna riforma della Giustizia, per cui dovremo aspettare il prossimo giro.
    Lo stesso Alfano agli Interni è un’ottima soluzione politica: Berlusconi pretendeva a tutti i costi di piazzarlo da qualche parte, Letta l’ha piazzato dove farà meno danni possibile [cioè non alla Giustizia].
    Su altri nomi sono a dir poco perplesso. Saccomanni era l’uomo giusto all’Economia? Mah, era una scelta difficile e la bontà di questa scelta la verificheremo sul campo. Zanonato allo Sviluppo è una scelta incomprensibile: Corrado Passera poteva essere un candidato migliore, ma si sarebbe potuto trovare di meglio. Quasi tutti i ministri PDL sono pessimi, in particolare Quagliariello, Lorenzin, De Girolamo. Turandomi il naso, al Ministero della Salute avrei preferito di gran lunga Mara Carfagna, che almeno, al suo attivo, ha la legge sullo stalking; in passato si è distinta per delle pessime dichiarazioni sugli omosessuali, di cui poi si è pentita, ma se proprio devo scegliere qualcuno del PDL a cui affidarmi, sceglierei lei.
    Orlando all’Ambiente, Del Rio alle Autonomie e la neo-deputata Kyenge Kashetu alla Cooperazione internazionale, detto onestamente, non spostano di una virgola il giudizio sul nuovo esecutivo [né bene, né male insomma].

In conclusione. Si tratta di un governo che non mi entusiasma, ma temo che sia quanto di meglio si possa chiedere ad un’alleanza col PDL. Come voto gli darei una sufficienza di incoraggiamento, sperando che il nuovo esecutivo dimostri di meritarla.

P.S. Minacciare di espulsione i democratici che non voteranno la fiducia al governo Letta è un ottimo modo per perdere i pochi voti che restano al PD.
P.P.S. Non capisco perché qualcuno critichi Sinistra Ecologia e Libertà, come se avesse deciso di andare per conto suo. Anzitutto c’era un accordo con Bersani per fare un governo PD-SEL, non per farne uno col PDL, quindi Vendola ha tutte le ragioni di questo mondo per non seguire l’alleato in questo frangente. In secondo luogo, vorrei sapere se il nome di Franco Marini come Presidente della Repubblica sia stato scelto in accordo con SEL: il fatto che quest’ultimo non l’abbia votato, mi fa pensare di no.

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Sulla rielezione di Napolitano e sul nuovo governo

Torno a scrivere dopo molto tempo e chiedo scusa ai pochi, ma buoni, affezionati lettori.

Gli ultimi giorni sono stati politicamente molto intensi e provo qui a sintetizzare le conclusioni che ne ho tratto.

Creazione del nuovo governo – Sul nuovo governo mi ero già espresso tempo fa su Twitter.

Il PD ha fatto bene a cercare l’accordo col M5S, non avendo una maggioranza in Parlamento e non potendo fare affidamento sul PDL. L’inutile intransigenza dei grillini, bloccati sulla pretesa arrogante di essere loro la guida del futuro governo [ma perché?], ha compromesso la possibilità di arrivare all’intesa, con grave danno per il Paese e per lo stesso Movimento Cinque Stelle.
A quel punto, cosa restava da fare per il PD? O piegarsi al diktat di Grillo, umiliandosi di fronte all’elettorato [un accordo si fa se entrambe le parti raggiungono un compromesso, non se l’una si sottomette all’altra], oppure prendere tempo, sperando che Grillo ci ripensasse e accettasse di trovare un’intesa. Ha scelto la seconda strada, ma a nulla è valso perché il M5S ha continuato imperterrito ad andare per conto suo.
A quel punto, se si voleva evitare il governo col PDL [unica alternativa al M5S], l’ultima scelta disponibile sarebbe stata tornare al voto, aspettando ovviamente l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, visto che quello in carica era nell’ultimo semestre del suo mandato e non poteva sciogliere le Camere.

Conclusione: abbiamo dovuto aspettare due mesi per formare un nuovo governo a causa delle rigidità di PD e M5S.

Elezione del nuovo Presidente della Repubblica: anche sul nuovo Presidente della Repubblica mi ero già espresso in tempi non sospetti, ad esempio qui

e qui

Si tratta di scelte strettamente personali, anche se condivise da altri. Emma Bonino, ad esempio, non piace a tutti. Stefano Rodotà, invece, risultato terzo alle quirinarie, poteva contare su consensi unanimi in gran parte della sinistra [compreso me]. E qui è nato il caos, che ha portato molti a polemizzare col PD per la scelta di puntare prima su Franco Marini e poi su Giorgio Napolitano.
Voglio essere chiaro: non si può pretendere che come Presidente della Repubblica venga scelto un uomo o una donna della propria parte. Il capo dello Stato è una figura di garanzia che andrebbe scelta non per le sue idee politiche, ma per la sua capacità di servire il Paese, di rispettare la Costituzione e di essere accettabile dalla maggior parte delle forze politiche. E’ per questo che sono uno dei pochi che difende l’elezione indiretta del Presidente della Repubblica: in un paese fazioso come il nostro, e nel senso peggiore del termine, abbiamo una necessità assoluta di un’istituzione in grado di moderare la contesa e la litigiosità tra i partiti e che sia capace di tenere unito il paese. Per questo, di solito, si assiste ad un accordo fra i partiti in questo tipo di elezione.
Ad un certo punto ho invece avuto l’impressione che molti volessero Rodotà Presidente per le sue idee di sinistra. Nulla di male, ma il Capo dello Stato non governa e non rappresenta una fazione o un partito e, pertanto, le sue idee politiche contano solo fino ad un certo punto.

E’ comunque un fatto che Rodotà sarebbe stato un ottimo Presidente della Repubblica e lo conferma anche il modo con cui ha criticato la manifestazione di Beppe Grillo a Roma, successiva alla rielezione di Napolitano. Avrebbe potuto il PD votarlo?

Potenzialmente sì, è chiaro. Ma non l’ha fatto per due motivi secondo me:

  1. anzitutto, e questo è comprovato dai numeri, il PD non sarebbe stato unito su Rodotà e, molto probabilmente, non ne avrebbe garantito l’elezione, come ha spiegato Orfini sul suo blog. Lo prova la difficoltà con cui il PD è riuscito a convergere su Franco Marini al primo scrutinio, 520 voti [comprensi quelli del PDL, ma senza il contributo di Sinistra Ecologia e Libertà], e su Romano Prodi al terzo, 395 voti [senza quelli del PDL, ma col partito di Vendola]. In entrambi i casi, e parliamo di due fondatori del Partito Democratico, dei quali uno è stato il solo in grado di battere Berlusconi per ben due volte ed è di fatto il nume tutelare della sinistra italiana [Prodi], sono mancati all’appello i voti di un centinaio di democratici.
    In queste condizioni pietose, sarebbe riuscito il centrosinistra a garantire l’elezione di Rodotà? NO, mi sembra chiaro. Si può discutere se ciò sia giusto oppure no, ma allora, se non siamo in malafede, dovremmo anche chieder conto al Movimento Cinque Stelle per non aver votato Prodi al terzo scrutinio, visto che i loro voti ne avrebbero garantito l’elezione.
    In generale, mi sembra chiaro che sia il PD sia il M5S abbiano sbagliato sulla questione: il primo per un eccesso di insicurezza e per non aver risolto l’eterno problema delle proprie divisioni interne; il M5S per un eccesso di arroganza, che l’ha portato a tirare troppo la corda, chiudendo a qualsiasi ipotesi di accordo col centrosinistra.
  2. Il secondo motivo, legato al primo, è che una parte del PD, più che l’inciucio con Berlusconi, credo volesse evitare di lasciar troppo spazio al Movimento di Beppe Grillo. Credo che lo percepisca come una sorta di “incidente di percorso“, che presto rientrerà nei ranghi se si riuscisse a guadagnare uno o due anni di tempo. Questa parte del partito ha spinto, così, per un governo di larghe intese col centrodestra, ma più per arginare l’ondata a cinque stelle che per inciuci di vario tipo.
    Sarebbe però un grave errore ritenere quella grillina una tempesta passeggera perché significherebbe sottovalutare il disagio che gli italiani stanno vivendo, che in qualche modo andrà risolto. Non si sfugge al problema chiudendo gli occhi e aspettando che passi la bufera, ma lo si affronta a viso aperto.

In una situazione del genere, in cui l’unica via d’uscita sembrava la rielezione di Napolitano, i partiti hanno chiesto un aiuto al vecchio [in tutti i sensi] Capo dello Stato. L’ex-migliorista ha preso la decisione più saggia, anche se non la migliore in assoluto: ha accettato il nuovo incarico, pur sapendo delle difficoltà a cui sarebbe andato incontro, pur di garantire al Paese una guida stabile e sicura.

Non è la scelta migliore, perché è chiaro che la situazione richiedesse un cambiamento radicale: Bonino, Rodotà o Prodi al Quirinale con PD e M5S al governo. Gli errori dei partiti ne hanno però pregiudicato l’esito positivo.
In conclusione:

  • Non è responsabilità di Napolitano l’inettitudine dei leader politici, che hanno dimostrato di pensare solo ai propri interessi di bottega
  • Non è incostituzionale la sua rielezione
  • Non è incostituzionale un governo di larghe intese, visto che manca una maggioranza in Parlamento e un governo in qualche modo bisogna farlo. Grillo è pentito di come ha gestito il dopo voto?
  • Nuove elezioni avrebbero, molto probabilmente, confermato l’attuale situazione di stallo

Il probabile governo Letta che sta per nascere non mi soddisfa, perché non mi soddisfa l’idea di un esecutivo sottoposto ai diktat di Berlusconi. Ma qualcuno mi deve dimostrare che fosse concretamente possibile un’alternativa.

Aggiornamento: chiedo scusa per la lunghezza del post, ma mi sembrava sbagliato dividere i pensieri in due post distinti, considerando anche che siamo a due mesi di distanza dalle prime consultazioni per il governo [quandi si dice “essere sul pezzo”]. Comunque Civati oggi scrive una cosa molto simile e con argomenti più importanti e convincenti. Leggetelo.

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Conviene davvero al #M5S starsene per fatti suoi?

Il Movimento Cinque Stelle è entrato di prepotenza in Parlamento, con un risultato veramente sorprendente: ha infatti preso il 25,5% alla Camera e il 23,8% al Senato.

Si tratta di un risultato eccezionale, se consideriamo che erano le prime elezioni politiche a cui il partito di Grillo partecipava. Partiti come l’Idv, la Lega o i vari partiti di estrema sinistra non hanno mai raggiunto nemmeno la metà di una percentuale simile: si tratta pertanto del primo partito anti-sistema a raggiungere un risultato di tale portata.

A distanza di un mese, possiamo dire che il Movimento Cinque Stelle sta scontando pesantemente l’inesperienza dei suoi eletti. Le dichiarazioni pubbliche di molti suoi esponenti lasciano infatti molto a desiderare: si va dalle considerazioni ambigue di Roberta Lombardi sul fascismo, alle denigrazioni del presidente Napolitano ad opera di Vito Crimi, fino ad arrivare alle giustificazioni per essere l’unico partito a non aver presentato ancora delle proposte di legge in Parlamento. In generale, c’è scarsa dimestichezza col ruolo pubblico che i grillini devono ricoprire e, a quanto pare, non hanno nemmeno paura di ammetterlo candidamente.

In generale, però, l’unico vero limite che sta dimostrando il M5S è l’immobilismo. Forse i leader Casaleggio e Grillo sono rimasti spiazzati dall’insperato successo, o forse c’è solo bisogno che i parlamentari facciano un po’ di esperienza. Sta di fatto, comunque, che il Movimento Cinque Stelle si è ficcato in un vicolo cieco: niente leggi perché non le sanno scrivere, niente governo perché non vogliono appoggiare nessuno, e solo la sterile richiesta di qualche poltrona [presidenze delle Camere, delle commissioni, della Vigilanza Rai e del Copasir, del Consiglio dei ministri ecc.].

Il M5S ha sempre detto che non si sarebbe alleato con nessuno, quindi in questo atteggiamento risulta piuttosto coerente, ma tutto ciò rischia di essere un boomerang. La coerenza spesso paga, ma non quando rischia di portare al suicidio. In questo momento il M5S dà l’impressione di non fare nulla per cercare di risolvere i problemi del paese e sembra più interessato allo sterile tatticismo propagandistico. Si tratta, a mio avviso, di una tattica suicida che rischia di far perdere molti voti al partito.

Rispetto alla Prima Repubblica, infatti, l’elettorato dimostra di non aver più interesse ad un voto di pura rappresentanza: non ci si accontenta di avere qualcuno che ci rappresenti in Parlamento, ma si cerca di far pesare il proprio voto sulle scelte dei governi.
Per questo i partiti più piccoli oggi hanno scarso successo, soprattutto se si presentano alle elezioni senza far parte di una coalizione. Un voto per quei partiti è, per l’elettorato, un voto buttato e quindi inutile. Chi si candida, pertanto, deve dimostrare di poter incidere sull’azione di governo o, quanto meno, sull’attività legislativa del Parlamento.

Il Movimento Cinque Stelle, invece, sta dimostrando l’esatto contrario, nonostante le condizioni politiche gli siano notevolmente favorevoli. Il PD è in una situazione molto fragile, non ha la maggioranza in Senato, non può allearsi col PDL perché sarebbe un suicidio e non può, pertanto, governare senza l’appoggio del M5S. La stessa elezione di Laura Boldrini e Piero Grasso alla presidenza delle due Camere, al posto dei primi candidati Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, dimostra la pressione che esercita sul centrosinistra il successo dei grillini alle ultime elezioni.

Invece di approfittare di questa situazione, in cui è il M5S a poter dettare le condizioni, il partito di Grillo preferisce restarsene chiuso in casa. Il M5S rischia di logorarsi dicendo no a tutto e impuntandosi sulle proprie richieste: sarebbe molto più vantaggioso trovare una linea di convergenza col PD, e farlo di propria iniziativa, anziché restare fermi in attesa di nuove elezioni.

Dalle parti della Casaleggio Associati si sostiene che in questo modo si vuole evitare l’imbroglio del PD, che potrebbe riceve la fiducia dal M5S per poi legiferare in accordo col PDL. E’ una considerazione assurda perché il Partito Democratico avrebbe tutto da perdere e il M5S potrebbe divorarlo alle urne con un sol boccone.

Se non agiscono in fretta, i grillini rischiano quindi che gli italiani si stufino di loro e decidano di tornare a votare per i partiti tradizionali. E’ difficile, infatti, che gli italiani possano aspettare che il partito di Beppe Grillo abbia una sua maggioranza in Parlamento, perché potrebbero volerci degli anni, mentre la crisi agisce ora.

Aggiornamento [30-03-2013, h. 11:17]: il post ha avuto una gestazione piuttosto lunga, ho cominciato a scriverlo ieri sera e l’ho completato stamattina. Oggi, casualmente, è comparso un editoriale di Marco Travaglio che sostiene una cosa molto simile alla mia, anche se da un punto di vista più schierato a favore del M5S. Segno, probabilmente, che non è una considerazione campata per aria quella che ho espresso nel mio post.

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Grasso e la medaglia al Cavaliere: facciamo chiarezza

Ieri Travaglio è tornato a parlare di Grasso, cercando, per l’ennesima volta, di dipingerlo come una sorta di politicante interessato solo a non scontentare nessuno.

E’ tipico del Travaglio degli ultimi tempi un certo modo di accusare personaggi delle istituzioni, senza citare fatti specifici o azioni realmente gravi che avrebbero compiuto, ma ricorrendo a semplici allusioni che non dicono nulla del personaggio di cui si  parla. Grasso, da qualche tempo, cioè [guarda caso] da quando la procura di Palermo ha dato inizio all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, è diventato uno dei bersagli di questa strategia pseudo-giornalistica: sono noti i dissidi all’interno della magistratura palermitana tra un’ala più radicale [quella di Ingroia per intenderci] e una più moderata e Travaglio, che parteggia sfacciatamente per quella “ingroiana”, non si fa scrupoli a ritagliare i fatti secondo i propri comodi, pur di screditare la parte avversa.

Una delle accuse che Travaglio fa a Grasso, è quella di esser stato preferito dal governo Berlusconi nel ruolo di Procuratore Nazionale Antimafia, al posto del più “radicale” Gian Carlo Caselli. Spero capiate l’assurdità di questa accusa: che colpa ha Grasso se il governo Berlusconi ha cercato in tutti i modi di ostacolare Caselli? Nessuna. Lo scandalo delle leggi contra-personam, per sfavorire la candidatura di Caselli, non ha nulla a che fare con Grasso, ma semmai col governo di centro-destra. Ma fa comodo attaccare gratuitamente l’ex-Procuratore Nazionale Antimafia per poter delegittimare l’ala seria e coscienziosa della magistratura.

E’ per questo che, in modo del tutto allusivo, Travaglio cerca di far passare il messaggio che Grasso sia un berlusconiano o qualcosa di simile. A questa strategia si ricollega l’altra accusa che il giornalista fa al neo presidente del Senato: quella di aver proposto un premio antimafia per Berlusconi.

Qui trovate l’audio della puntata in questione della Zanzara. Ascoltatelo bene, così capirete come stanno le cose.
Anzitutto, è il conduttore della trasmissione ad avanzare la proposta, chiedendo a Grasso “assegniamo un premio speciale ad Alfano-Berlusconi?” e ripetendo più volte la domanda.
Risposta di Grasso: su questo lato sì [il riferimento è alle leggi che hanno facilitato il sequestro dei beni dei mafiosi]: in poche parole, su quel punto preciso Berlusconi ne ha azzeccata una. Sarebbe stato grave se Grasso l’avesse chiusa lì, ma non è così se continuate ad ascoltare.

Infatti Grasso ha proseguito, criticando il governo Berlusconi su molte altre cose: la mancanza di una legge anti-riciclaggio, di un provvedimento anti-corruzione e di un aggravamento dei reati fiscali.

Non so come la pensiate voi, ma non mi sembra che Grasso sia stato tenero col centrodestra. Credo anzi che abbia sottolineato alcune delle gravi mancanze che quel governo ha avuto sulla Giustizia. Attaccarlo dicendo che voleva dare un premio antimafia a Berlusconi è quindi ridicolo e pretestuoso.

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Il PD è il vero sconfitto. Errori e ambiguità della campagna elettorale

Dopo aver esposto le mie idee sul risultato elettorale di Rivoluzione Civile, passo ora alla situazione del Partito Democratico.

Il risultato del PD è stato piuttosto negativo: ha preso il 25,4% alla Camera e il 27,4% al Senato. Ricordiamo che nel 2008, dopo due anni di pessimo governo del centrosinistra e in una condizione oggettivamente proibitiva per Veltroni, il PD aveva preso rispettivamente il 33,2% alla Camera [-7,6% tra 2008 e 2013] e il 33,7% al Senato [-6,3% tra 2008 e 2013]. A livello di coalizione, il centrosinistra ha preso il 29,5% alla Camera e il 31,6% al Senato, contro il 29,1% e il 30,7% del centrodestra.

Un risultato molto deludente e che rischia di avere conseguenze anche peggiori per il PD. A causa della legge elettorale, infatti, il centrosinistra ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato, e questo gli attribuisce l’onere di cercare in Parlamento eventuali sostegni al proprio governo.
Tutto sembra portare ad un governo PD-PDL, vista la contrarietà di Grillo a qualsiasi ipotesi di accordo con Bersani. Un governo simile, però, rischia di essere un boomerang per Bersani e i suoi: oltre ai voti degli ex-delusi da Berlusconi, a cui si è deciso deliberatamente di rinunciare in campagna elettorale, i democratici rischierebbero infatti di rinunciare anche quelli dei propri militanti, decisamente ostili al leader del PDL.

Con una campagna elettorale noiosa e grigia, e un programma a dir poco inconcludente, il PD ha perso un vantaggio clamoroso. Come avviene a volte nel calcio, quando una squadra va avanti 2-0 e si limita a gestire il vantaggio, si chiude nella propria area e prende due gol, così ha fatto il PD, che si è limitato a gestire il successo mediatico delle primarie: da novembre in poi si è chiuso in difesa, lasciando agli altri partiti, in primis PDL e M5S, l’onere di attaccare. Se consideriamo che subito dopo le primarie il partito era dato al 34%, si capisce bene come il catenaccione sonettiano abbia prestato troppo il fianco alle 6 punte degli allenatori avversari.
Si è deciso di non combattere e di far leva sulla serietà e la concretezza di Bersani, contro i sogni ad occhi aperti proposti da Berlusconi e Grillo. L’atteggiamento tenuto è stato però disastroso, perché si sono persi i voti di chi voleva proposte concrete e serie e anche quelli di chi voleva una speranza rispetto ad un futuro incerto.

Anche quando era chiaro dove tirasse il vento politico, si è deciso di condurre la campagna in tutt’altra direzione o di restare su posizioni così generiche da risultare irritanti per l’elettorato.
Nessun segnale è stato lanciato sulla lotta ai privilegi dei politici, premurandosi al contrario di spiegare che le accuse di Grillo erano ingiuste e sbagliate: come dire, “uè ragassi, saremo mica qui a togliere i soldi ai parlamentari?
Sul lavoro che manca e sulla crisi economica si è deciso volutamente di restare sul generico, con promesse tipo “faremo qualcosa per rilanciare il lavoro” o “faremo qualcosa per far avere un po’ di soldi in più in busta paga”. Davvero sconcertante, soprattutto in un momento drammatico della nostra storia, la mediocrità, la ripetitività e il grigiore di certe proposte.

Non solo si è optato per una strategia perdente, condotta pure in malo modo, ma si sono anche rese più confuse le idee a quei pochi elettori non ideologizzati e pronti a dar fiducia al PD, se avesse chiarito meglio le sue intenzioni. Onestamente, ancora devo capire che senso abbia avuto attaccare per lungo tempo Ichino, se poi si sono candidati persone come Carlo Dell’Aringa, estensore insieme ad altri del Libro bianco di Marco Biagi, e Giampaolo Galli, ex-dg di Confindustria.
Una linea così confusa e incerta che lo stesso Fassina, ormai chiaramente un dilettante allo sbaraglio della politica [o, peggio, un imbroglione patentato] è riuscito in più di un’occasione a smentire sé stesso: come si rilancia la produttività in Italia? Secondo Fassina, quello ostile alle politiche neo-liberiste, reaganiane, renziane, di destra ecc.ecc. solo col taglio delle retribuzioni reali dei lavoratori. Peccato che questo possano saperlo solo i pochi eletti che hanno letto le sue interviste sul Financial Times e sul Manifesto, ben citate da Seminerio sul suo blog.

Ora ci dobbiamo preparare alla catastrofe politica ed economica e, almeno io, non so più a che santo votarmi. Quasi quasi entro in politica pure io e fondo un mio partito.

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Gli errori di Rivoluzione Civile. Che fine farà?

Torno a scrivere dopo il risultato penoso* scaturito dalle elezioni politiche. Impegnato nei giorni scorsi in tutt’altre faccende, provo ora a radunare le mie idee sui risultati dei partiti e delle coalizioni principali. Comincio con Rivoluzione Civile.

Rivoluzione Civile ha avuto un pessimo risultato, rispetto alle attese. I sondaggi lo davano oltre il 4%, una soglia interessante e realistica che avrebbe permesso al movimento di Ingroia di entrare alla Camera. Addirittura, in qualche sondaggio si prevedeva un forte successo in Campania, dove Rivoluzione Civile poteva contare sul sostegno del sindaco di Napoli De Magistris: si parlava in quel caso dell’8%, sufficiente a garantire qualche senatore al partito.

Le cose sono andate molto diversamente. Alla Camera RC ha preso solo il 2,2%, al Senato addirittura l’1,8%. Un insuccesso clamoroso che ha fatto molto discutere nell’area dell’estrema sinistra.
Il primo ad intervenire è stato Guido Viale sul Manifesto: per l’editorialista, la causa principale dell’insuccesso è stata la rottura con movimenti della società civile come Cambiare si può, di Marco Revelli ed altri, e il movimento della Agende rosse, di Salvatore Borsellino. Per i pochi che seguono la mia pagina facebook, forse ricorderete che avevo già discusso lì del problema, che era emerso già alla fine di dicembre.
Come hanno sottolineato molte altre persone, molto più competenti di me, ricandidare gente come Di Pietro, Li Gotti, Borghesi, Bonelli, Ferrero, Diliberto è stato un autentico autogol. Ingroia ha scelto deliberatamente un accordo coi partiti, nonostante il Paese chiedesse una netta discontinuità rispetto al passato: ha pagato quindi una scelta simile a quella fatta dal PD, con la notevole differenza che Rivoluzione Civile si giocava l’elezione in Parlamento, non la maggioranza assoluta; il successo straripante del M5S dimostra pertanto che Ingroia e i suoi non avessero capito un tubo della situazione italiana.
E’, in parte, la stessa critica fatta recentemente da De Magistris, a cui Ingroia ha risposto per le rime, annunciando che le strade dei due si separeranno. Se effettivamente si divideranno, la loro carriera politica sarà finita: la divisione in corpuscoli unicellulari non porta voti e, soprattutto, non porta seggi elettorali.

A tutto ciò bisogna aggiungere che la campagna elettorale è stata condotta in maniera ridicola. Ci si è illusi, ahiloro, che sarebbero bastati il nome di Ingroia e lo sfruttamento adeguato della portata mediatica delle sue inchieste, per strappare qualche seggio in Parlamento. I risultati elettorali hanno dimostrato, invece, che agli italiani interessavano molto di più i temi economici e il contrasto alla partitocrazia imperante. Non solo si è puntato sul cavallo sbagliato, quello giustizialista, ma si è combattuta anche male la guerra, proponendo alleanze a tutti [PD, M5S ecc.], ricorrendo a tatticismi da Seconda Repubblica e all’anti-berlusconismo, candidando infine i vecchi leader politici.
In sintesi, in un momento così drammatico della nostra storia, gli elettori chiedevano sostanzialmente tre cose:

  1. una netta discontinuità col passato partitocratico, anti-berlusconiano e giustizialista dell’estrema sinistra;
  2. una maggiore attenzione alla società civile, nel senso di un effettivo contributo proveniente dal basso, e non di una cooptazione dall’alto di singoli individui provenienti dalla società;
  3. un leader capace di far sognare, perché è vero che nella sinistra odiano questa espressione, ma hanno sempre avuto bisogno di leader carismatici a cui guardare [Berlinguer, Pertini ecc.]. Non ho grande stima di Ingroia, e l’ho già scritto in altri contesti [qui e qui], ma non credo di essere fazioso se dico che le sue esibizioni in TV sono state così noiose da risultare, in alcuni casi, perfino irritanti. Questo non aiuta a trascinare le folle a votarti, nelle urne.

Invece si è scelto di agire in totale continuità col passato, ricorrendo agli stessi schemi utilizzati dall’estrema sinistra negli ultimi 19 anni. Persino l’anti-berlusconismo ha fatto il suo tempo, non certo perché a sinistra siano diventati berlusconiani, ma perché [credo] si siano resi conto che non basta più dire NO a Berlusconi. L’anti-berlusconismo è ormai diventato una formula di rito, una liturgia da ripetere a memoria, e quindi ha stufato molti elettori.

Ora non tutto è perduto. Tempo un anno al massimo e il paese tornerà alle urne. Ingroia ha tutto il tempo, quindi, per costruire dalle fondamenta il suo progetto politico, puntando su nuove basi. E per cortesia, si dimetta definitivamente dalla magistratura, grazie.
Prossimamente parlerà anche dei due partiti per cui ho votato: rileggendo questo post, prima di pubblicarlo, mi accorgo che molti degli errori commessi da Rivoluzione Civile sono gli stessi o sono molto simili a quelli compiuti dal PD. Strana coincidenza.

*”penoso” per l’ingovernabilità e la situazione di stallo, ovviamente.

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