Meno studenti all’università: uno sguardo critico

L’altro giorno qualcuno ha commentato con preoccupazione l’ultima notizia sulle università italiane: 58mila nuovi iscritti in meno rispetto al 200322% di docenti in meno rispetto al 2006, 20% di risorse reali [calcolate al netto dell’inflazione] per il Fondo di finanziamento ordinario rispetto al 2009. E poi altri dati interessanti: solo il 75% degli aventi diritto accede alle borse di studio [i fondi non sono sufficienti per tutti], solo il 50% dei dottorandi ha una borsa di studio, solo il 19% dei 30-34enni ha una laurea [contro una media europea del 30%].

Dati sicuramente preoccupanti. Non posso fare a meno di pensare a quanto ho scritto qualche settimana fa, che secondo me spiega bene il punto centrale della crisi dell’università in Italia: la laurea serve veramente a poco, a meno che uno non abbia scelto una disciplina particolarmente appetibile sul mercato del lavoro [in particolare quelle nell’ambito della scienza applicata, come ingegneria, o della scienza in generale, come fisica, chimica ecc.].
In generale, qualsiasi altro campo un diplomato scelga, farà molta fatica a trovare un lavoro nel proprio campo di studi: ogni anno ci sono migliaia di volenterosi che partecipano ai test d’ammissione per le facoltà di Medicina, in tutta Italia, nonostante i fondi per la sanità vengano tagliati di continuo, e di certo ci son poche possibilità per aumentarli; migliaia di matricole vogliono iscriversi ogni anno a Giurisprudenza, nonostante in Italia ci siano troppi avvocati rispetto alla necessità e le alternative siano persino peggiori; delle facoltà umanistiche meglio non parlarne nemmeno, in Italia sembra esserci poca richiesta di bibliotecari, archivisti, ricercatori di qualsiasi tipo di disciplina umanistica, professori di scuola e docenti universitari ecc.ecc.

Chi si iscrive all’università ha quindi la quasi certezza di non trovare un lavoro attinente agli studi che intraprenderà. Conosco gente [non io] laureata in Scienze politiche con ottimi voti, con la sua bella esperienza Erasmus sulle spalle, che magari ha pure lavorato per alcuni anni all’estero e che oggi fa l’agente assicurativo: non ho nulla contro gli agenti assicurativi, sia chiaro, è un mestiere dignitoso che ti fa campare bene se sei capace; il problema vero è che se hai studiato Scienze politiche,  probabilmente avevi altri progetti in testa all’epoca.

Ecco il punto: se mi laureo in un determinato campo, ma è altamente probabile che troverò un lavoro dignitoso solo in tutt’altro settore, a cosa mi è servita la laurea? A cosa è servito fare tanti sacrifici, sbattere la testa per anni tra corsi, ricevimenti dei professori, tasse universitarie, burocrazia, se poi nella vita farò tutt’altro?

Non parlo di precariato, quello lo sappiamo tutti. Dico un’altra cosa: ho speso migliaia di euro tra tasse universitarie, libri e fotocopie, per poi ritrovarmi a fare un lavoro che non c’entra nulla con la mia laurea. Perché? Che senso ha? A cosa mi è servito? Non parlatemi di soddisfazioni personali, perché con i 2mila euro pagati per le tasse universitarie [conto grossolano su 3 anni di studi di uno studente di una fascia di reddito molto bassa, facendo finta che uno riesca davvero a laurearsi senza nemmeno una sessione di ritardo] uno avrebbe trovato molta più soddisfazione se li avesse usati per una settimanella alle Seychelles. Ragionando come capitalisti [mi perdonino i marxisti], è un investimento sbagliato: uno dovrebbe investire in modo tale da trarne un guadagno in futuro, un po’ come quando la Volkswagen investe in ricerca tecnologica per avere maggiori profitti in futuro. Ecco, investire iscrivendosi all’università è un investimento a fondo perduto e i soldi non torneranno più indietro. Altro che guadagno, investi in perdita!

Io quindi ritengo [attenzione al paradosso] che sia una notizia splendida che ci siano meno iscritti nelle università italiane: significa che c’è meno gente che vuole buttare via i propri soldi. Meglio spenderli per andare in vacanza, piuttosto. Oppure per andare all’estero a cercare lavoro.

Aggiornamento [05-02-2013]: mi era colpevolmente sfuggito questo post di Mario Seminerio, che ha analizzato il problema nel suo libro “La cura letale“. Il suo giudizio mi pare fin troppo moderato, ma tutto sommato è condivisibile: anche per lui risulta praticamente inutile per uno studente italiano investire nella propria formazione post-diploma. Chiaramente Seminerio parla da economista e pensa al futuro [penoso] di un paese che avrà sempre meno laureati; io parlo da [ex] studente pentito di aver buttato i propri soldi, l’approccio diverso porta anche a descrivere il problema con accenti diversi.

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