Il teatro e l’educazione delle masse

Visto che finalmente mi laureo, avrei voluto pubblicare sul mio blog la mia tesi di laurea, per ricevere eventuali critiche o consigli su come migliorare il testo. Visto che non mi è possibile, e il post sarebbe troppo lungo, ho deciso di pubblicare l’introduzione. Spero che vi piaccia e, nel caso troviate difetti, segnalateli tranquillamente!
Occhio, è un post particolarmente lungo, bevetevi un caffè prima o rischiate di addor-mentarvi! Chiedo scusa per le note, su wordpress devo capire come si mettono.

Io, avendo considerato il bisogno del popolo, e de’ talenti meno illuminati, di essere istruiti nelle verità repubblicane, ho fatto stampare questa opera appunto per uso del popolo, e della parte della nazione, che più ha bisogno di lumi adattati alla sua intelligenza1.

Quando Francesco Astore scrisse queste parole, nel 1799, in una dedica a Francesco Mario Pagano che introduceva il Catechismo repubblicano in sei trattenimenti a forma di dialoghi, la Repubblica napoletana era appena nata e i patrioti al potere, un po’ come nelle altre repubbliche giacobine italiane, cominciavano a porsi il problema di rendere più stabile e sicuro il nuovo regime. A molti di loro, non sfuggiva affatto il carattere “passivo” delle rivoluzioni scoppiate nel triennio 1796-1799 e non sfuggiva nemmeno la conseguente instabilità che caratterizzava i regimi repubblicani sorti in quel periodo: a differenza di quanto accaduto in Francia nel 1789, in Italia le rivoluzioni non erano nate sulla spinta decisiva delle insurrezioni popolari, ma grazie all’intervento militare dell’armata francese, guidata da Napoleone Bonaparte dal 1796. Questo fatto aveva avuto due conseguenze principali: anzitutto, la subordinazione più o meno esplicita dei governi repubblicani alla volontà del Direttorio francese; in secondo luogo, ed è la questione più importante per l’argomento affrontato in questa tesi, la mancanza del consenso popolare ai regimi appena sorti nella penisola.

Da una parte, l’ostilità francese nei confronti di un’eccessiva autonomia delle repubbliche giacobine 2 italiane; dall’altra, l’enorme difficoltà da parte degli insorti di ottenere il consenso delle masse popolari, non solo a causa delle resistenze rese possibili dai settori più tradizionalisti del clero, ma anche dell’attività di spoliazioni e di saccheggi indiscriminati perpetrati dallo stesso esercito francese nella penisola.

Com’è stato evidenziato da Luciano Guerci, “proprio perché la rivoluzione era stata una rivoluzione passiva, bisognava urgentemente rimediare a tale passività pena il crollo del regime repubblicano. Indispensabile era un’intensa mobilitazione per formare un’«opinione pubblica» che fosse favorevole al «nuovo ordine di cose» e fosse la più larga e compatta possibile” 3.

A questo fine, furono composti una serie di scritti di carattere pedagogico, che avevano il duplice obiettivo di educare il popolo ai valori repubblicani e di istruirlo sui concetti basilari della filosofia dei Lumi, come libertà, uguaglianza, costituzione ecc. 4. Un ruolo importante, in questo progetto di educazione sistematica delle masse popolari, era ricoperto dal teatro 5. Non c’è dubbio, quindi, che tra le file dei patrioti italiani ci fosse la consapevolezza del ruolo decisivo che le masse popolari avrebbero assunto nelle vicende delle Repubbliche giacobine, come d’altronde lo avevano avuto in Francia fin dal 1789.

Francesco Mario Pagano rappresenta, con le sue riflessioni sull’argomento, una figura importante nel pensiero politico italiano del secolo. Già con la pubblicazione dei Saggi Politici, tra 1783 e 1785, e in particolare del Discorso sull’origine e natura della poesia, appendice al primo dei saggi, il filosofo lucano si è posto in prima fila nel dibattito sull’educazione delle masse. Come vedremo nelle prossime pagine, il pensiero politico di Pagano si fondava sul presupposto che un regime repubblicano è stabile solo se il popolo è consapevole dei propri diritti e dei valori fondamentali di libertà ed eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Proprio nella sua opera principale, i Saggi Politici, Pagano ha chiarito bene questo concetto, sostenendo che “ove il popolo è ignorante e incolto dell’intutto, ove è molle e corrotto, ivi è impossibile cosa affatto fondare il governo popolare” 6.

Traendo spunto dalla lezione di Antonio Genovesi, la filosofia militante di Pagano 7 cercò i mezzi per rendere il popolo napoletano la base ideale per un governo popolare. Si trattava, secondo l’opinione del giurista lucano, di un’impresa ardua che si scontrava con secoli di degrado civile e morale: la debolezza strutturale della monarchia borbonica e il potere enorme dei baroni feudali avevano compromesso la società napoletana, svilita da secoli di oppressione. Il teatro, in questo contesto, poteva esercitare, secondo Pagano, un benefico influsso “civilizzatore” sui cittadini del regno, educandoli ai valori tipici di una società civile (quella che nei Saggi chiama “società colta e polita”).

Pagano descrive minuziosamente gli effetti prodotti sullo spettatore da un’opera teatrale. È una spiegazione quasi scientifica nel suo meccanicismo materialistico: una scena teatrale, secondo questa visione, è in grado di sollecitare fin nel profondo il corpo dello spettatore, producendo in lui delle emozioni di vario tipo, a seconda del tipo di scena rappresentata: una scena tragica, ad esempio la morte improvvisa del protagonista, provoca nel pubblico una profonda commozione, che può sfociare persino nel pianto; una scena comica, ad esempio un dialogo surreale fra un intellettuale patetico e un servitore, suscita invece riso e allegria. L’autore teatrale può così esercitare la sua funzione educativa, se è in grado di guidare opportunamente le emozioni dello spettatore: ad esempio, descrivendo con accenti parodistici e grotteschi un personaggio dalla mentalità retrograda e tradizionalista, come avviene con il conte Argiro nell’Emilia; oppure, descrivendo la fredda e spietata crudeltà di Carlo che, non curandosi dell’amore che sua figlia prova per Corradino ed interessato solo alla ragion di stato, condanna a morte il suo avversario.

Il senso del “teatro degli affetti” di Pagano, in estrema sintesi, è proprio questo: sfruttare il campo irrazionale ed istintivo delle emozioni umane, per educare gli spettatori ai valori civili e morali della “società colta e polita”. È l’unico modo, secondo il filosofo lucano, per poter arrestare il lento declino sociale del Regno di Napoli: la rivoluzione, sembra dire il giurista di Brienza, nel contesto napoletano avrebbe avuto scarse probabilità di successo, se il popolo non fosse stato messo nelle condizioni di supportarla.

Pagano si è posto, con le sue cinque opere teatrali (Esulti tebani, Gerbino, Agamennone, Corradino ed Emilia), un obiettivo ambizioso: edificare una civiltà democratica partendo dalle fondamenta. Non basta proporre riforme importanti e radicali, come quella del sistema giudiziario contenuta nelle Considerazioni sul processo criminale, se chi poi dovrà usufruirne, cioè il popolo, non è in grado di capirne né il senso né l’utilità. Il vero limite del progetto, probabilmente, stava nel modo con cui Pagano ha cercato di costruire queste fondamenta: relegando cioè il tutto ad una sfera puramente emotiva, quasi che le masse non potessero mai arrivare a comprendere razionalmente la validità dei principi democratici.

 

1. F. Astore, Catechismo repubblicano in sei trattenimenti a forma di dialoghi, in M. Battaglini, Atti, leggi, proclami ed altre carte della Repubblica napoletana 1798-1799, Società Editrice Meridionale, 1983, vol. III, p. 1634.

2. Come hanno fatto notare Luciano Guerci e molti altri storici, il termine “giacobino” è alquanto fuori luogo per definire il carattere generale del triennio 1796-1799 in Italia. Le costituzioni delle Repubbliche giacobine italiane erano in gran parte, salvo eccezioni, rimodellate su quella francese del 1795, di carattere moderato. Inoltre, gran parte dei patrioti italiani erano d’ispirazione moderata, più che giacobina, nonostante il tentativo importante di coordinare l’azione insurrezionale dei repubblicani italiani messo in atto da Filippo Buonarroti. Pertanto, per definire i protagonisti delle Repubbliche giacobine italiane useremo il termine più generico di “patrioti”. Cfr. L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 13-14.

3. L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, cit. p. 24.

4. Il testo di Guerci contiene una disamina completa di questi testi pedagogici pubblicati nel corso del Triennio repubblicano. Cfr. L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, cit.

5. Sul teatro come mezzo di educazione delle masse nel Triennio repubblicano, cfr. P. Themelly, Il teatro patriottico tra rivoluzione e impero, Bulzoni editore, Roma, 1991.

6. V. Criscuolo, L’esperienza della Repubblica napoletana nel quadro del triennio 1796-1799, in Albori di democrazia nell’Italia in rivoluzione (1792-1802), Franco Angeli, Milano, 2006, pag. 416.

7. Nell’originale faccio riferimento nella nota a un paragrafo successivo della tesi. Antonio Genovesi era un filosofo italiano attivo a Napoli nella seconda metà del Settecento, maestro della gran parte degli intellettuali napoletani dell’epoca, tra cui lo stesso Pagano. Qui ho fatto riferimento al fatto che per Genovesi era un obbligo per qualsiasi filosofo darsi alla militanza politica, abbandonando la “torre d’avorio” in cui gli Illuministi dell’epoca erano rinchiusi. Oggi diremmo che gli intellettuali avrebbero dovuto “scendere in campo”.

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