#MarcoPannella, un ricordo personale

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Foto tratta dalla home page di Radio Radicale

È morto uno degli ultimi esponenti della Prima Repubblica, Marco Pannella. Visto che in rete tutti si sono scoperti all’improvviso Radicali ad honorem, vorrei fornire un ricordo più sincero, da ex-Radicale.

Mi sono sempre riconosciuto in quella corrente politica nota come liberalsocialismo. Si tratta di una corrente politica piuttosto fumosa, dai contorni piuttosto incerti, soprattutto oggi in cui la parola “liberale” è abusata. Detto in maniera un po’ grossolana, è un’ideologia che cerca di coniugare il principio di libertà con quello di eguaglianza economica, una via di mezzo fra il laissez-faire liberale e la lotta alle disuguaglianze economiche socialista. Il mio primo mito politico fu, non a caso, Tony Blair, protagonista assieme a Bill Clinton della cosiddetta Terza via.

Il mio processo di avvicinamento al Partito Radicale fu piuttosto lento e graduale. Originariamente sono stato un simpatizzante dei DS, altro partito che tra fine anni Novanta e primi anni Duemila cominciava ad avere una connotazione liberale. Molti anti-renziani forse lo dimenticano quando accusano il PD attuale di essere di destra, ma i DS di allora erano molto più liberisti dei renziani di oggi: all’epoca Piero Ostellino dedicava spesso la sua rubrica settimanale sul Corriere della Sera al segretario Piero Fassino; persone come Franco Debenedetti, Nicola Rossi ed Enrico Morando erano in Parlamento come esponenti dell’area “liberal” del partito; D’Alema, altro mio mito politico di allora, aveva provato nel ’97 a diventare il Blair italiano. In poche parole, i DS erano un partito dai forti tratti liberali e laici.

Intorno alla metà degli anni Duemila sono cominciati i problemi. Il centrosinistra, sotto la pessima influenza dei vari Francesco Rutelli, Paola Binetti, Luigi Bobba, Dorina Bianchi, cominciò a trovare enorme difficoltà nel portare avanti una politica veramente laica. Il fallimento del disegno di legge sui DICO fu emblematico delle difficoltà storiche del centrosinistra italiano, costretto in quel periodo a logoranti mediazioni fra democristiani reazionari e rigidi comunisti. Chi oggi attacca la legge sulle unioni civili appena approvata, detto per inciso, farebbe meglio a ripensare alle difficoltà incontrate DIECI ANNI FA e a quanto sia importante un passo in avanti, seppur piccolo e incerto, rispetto al nulla ottenuto nell’ultimo decennio.

A questi problemi si aggiunsero quelli storici nei rapporti tra sinistra riformista e sinistra estrema: per citare solo un paio di episodi, due fenomeni rischiarono di far cadere il governo Prodi pochi mesi dopo il suo insediamento. Altri fenomeni decisero direttamente di manifestare contro il governo di cui erano sottosegretari.

In questo caos ridicolo, scoprii all’improvviso il Partito Radicale. Diventai un affezionato ascoltatore di Radio Radicale, in particolare della loro fantastica rassegna stampa mattutina Stampa&Regime, che vi consiglio di ascoltare in podcast. Scoprii che, al netto di qualche personaggio troppo berlusconiano per i miei gusti come Daniele Capezzone, i Radicali erano di fatto il partito più vicino alle mie idee: un partito liberale, liberista e libertario. Il culmine della mia passione radicale arrivò con l’esperienza della Rosa nel Pugno, il tentativo di unificare definitivamente l’esperienza socialista e quella liberale attraverso un listone unico comprendente i Socialdemocratici di Enrico Boselli e i Radicali. In linea con la tradizione del liberalsocialismo, anche questo esperimento fallì in breve tempo ed è proprio in quell’istante che capii che sarei stato per sempre condannato a votare per minoranze inconcludenti.

Inevitabilmente, con il tempo cominciai anche ad approfondire la conoscenza del vulcanico leader ultradecennale dei Radicali italiani, Marco Pannella.

Pannella è stato per lungo tempo un personaggio notevole della politica italiana. Grande protagonista delle battaglie referendarie degli anni ’70 su aborto e divorzio, si è distinto in decine di occasioni per il suo modo particolare di fare politica.
I ripetuti scioperi della fame e della sete, nonché le famigerate sceneggiate televisive contro il sistema d’informazione italiano, sono state per lungo tempo un elemento fortemente distintivo del Partito Radicale. All’epoca, i partiti tradizionali avevano uno stile più altero e compassato e l’estrema teatralità delle iniziative radicali risaltava in maniera efficace tra il grigiore degli altri movimenti politici.

Quel modo di fare politica mi ha sempre dato fastidio. L’ho sempre considerato una pagliacciata di un istrione in cerca di visibilità, come un grande attore che sale sul palcoscenico per il suo spettacolo. Un modo di fare politica che, purtroppo, ha fatto scuola, se avete presente le manifestazioni pubbliche di praticamente tutti i partiti di oggi.
Per me, al contrario, la politica è cosa ben diversa dallo spettacolo: è riflessione e analisi approfondita e razionale dei problemi di un paese e dei modi per risolverli; è capacità di convincere il maggior numero di persone possibile della bontà delle tue analisi e delle tue proposte di governo; è capacità di compromesso con partiti con idee diverse dalle tue. Anche per questo ho sempre fatto fatica ad apprezzare la figura di Marco Pannella, pur condividendone in gran parte le idee.

Ho spesso condiviso le idee di Marco Pannella ma ho sempre fatto fatica ad accettare il suo carattere vulcanico, che secondo me ha finito col divorare il partito che ha guidato. È stato un leader di partito coraggioso e in anticipo sui tempi, che ha consentito al nostro paese, profondamente reazionario e retrogrado, di avere una luce continua su questioni fondamentali come il diritto all’aborto, il divorzio, il diritto all’eutanasia, la libertà di ricerca scientifica, i diritti dei detenuti e degli imputati. Garantismo e laicità non come parole prive di significato, ma come oggetto concreto della propria attività politica.
È stato, assieme ai compagni di partito, in prima linea nella difesa dei popoli oppressi, dalla difesa del popolo tibetano a quella del popolo iracheno alla vigilia della Seconda Guerra nel Golfo.

Il suo carattere vulcanico lo ha portato anche, a mio avviso, a commettere gravi errori politici. Da un certo punto di vista trovo comprensibile l’alleanza con Berlusconi nel 1994: all’epoca era ancora difficile capire cosa avrebbe combinato in politica l’imprenditore milanese, che a parole evocava la leggendaria “rivoluzione liberale”. Semmai, l’errore è stato che per troppo tempo Pannella ha esitato nel prendere le distanze da un leader politico tutt’altro che liberale e incline invece a soddisfare le gerarchie vaticane pur di mantenere il potere.
Nella Seconda Repubblica del bipolarismo forzato era comprensibile la difficoltà di un partito liberalsocialista nel trovare la giusta collocazione politica. Pannella ha risolto la questione quando decise finalmente di smarcarsi dall’abbraccio mortale con Berlusconi, per tentare la strada dell’alleanza col centrosinistra di Prodi. Fu un esperienza terribile, condizionata da un’estrema frammentarietà della coalizione. Quella fase si chiuse qualche anno più tardi nel peggiore dei modi: quando il PD si oppose alla candidatura di Giuseppe Rossodivita, colpevole di aver fatto emergere lo scandalo dei finanziamenti pubblici ai partiti nella Regione Lazio, Pannella cercò un assurdo accordo di coalizione con Francesco Storace, al quale la base radicale si oppose con forza.

Con quelle elezioni regionali finì di fatto il potere di Pannella sul suo partito, ormai ridotto allo stato comatoso. Le varie iniziative radicali hanno perso a poco a poco di spinta propulsiva, condannate come erano al più totale anonimato in un’epoca in cui tutti i politici avevano fatto proprio il linguaggio pannelliano. Persino gli scioperi della fame e della sete, emblema della lotta politica radicale, ormai non facevano più notizia visto il loro continuo ripetersi sonnacchioso anno dopo anno. Un’iniziativa estrema quando viene ripetuta un’infinità di volte perde il suo carattere eccezionale per diventare pura routine, ed è forse questo paradossalmente ad aver condannato Pannella e il suo partito all’emarginazione politica.

Aggiornamento: come riportato nel titolo, il mio è un ricordo del tutto personale, frutto anche del fatto che ho vissuto in prima persona gli anni del declino politico del Partito Radicale. Per chi vuole invece un resoconto più completo e forse meno ingeneroso sulle grandi battaglie di Pannella può leggere anche questo articolo pubblicato su repubblica.it

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La piccola biblioteca dell’ignorante

Dopo tanto tempo torno a scrivere sul blog e ne approfitto per inaugurare una nuova sezione. Si chiamerà La piccola biblioteca dell’ignorante: un titolo ironico, per i post dedicati ai libri che ho letto, senza la presunzione di aggiungere la mia ignoranza alle decine di migliaia che trovate già su Internet. Non saranno recensioni, quanto delle semplici riflessioni personali o citazioni tratte da libri che vi consiglio di leggere. Sarà un invito alla lettura, più che un’analisi letteraria e, come sempre, suggerimenti, critiche e riflessioni da parte vostra saranno molto gradite.

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Il #Travaglio interiore di Luigi Di Maio

Cito testualmente una lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 24 dicembre 2014.

Gentile Direttore, le chiedo la possibilità attraverso il giornale da lei diretto di poter chiarire con l’eurodeputato, Renato Soru, un errore che lo riguarda. Dopo aver inviato già in data 16 maggio 2014 una immediata lettera di chiarimenti e scuse al quotidiano La Nuova Sardegna, ritengo doveroso intervenire di nuovo in merito alla vicenda in cui Renato Soru, nel corso della trasmissione televisiva ‘8 e mezzo’ del 15 maggio 2014, condotta dalla giornalista Lilli Gruber, è stato da me indirettamente chiamato in causa. Con tale missiva [si riferisce a quella del 16 maggio, n. d. SC.] ho già fatto pubblica ammenda dell’errore in cui sono incorso, ammettendo di aver impropriamente riferito di una indagine a carico del deputato Soru per riciclaggio e avendo subito escluso la sussistenza di tale reato, perché erroneamente confuso, per mero lapsus, con la diversa ipotesi di aggiotaggio.
Nel prendere atto che anche per questa diversa ipotesi [cioè per il presunto reato di aggiotaggio, n. d. SC.] non vi è alcuna indagine da parte dell’Autorità giudiziaria, a mia giustificazione voglio evidenziare di aver riferito una notizia riportata su organi di stampa nazionale e pubblicata, in particolare, su Il Fatto Quotidiano del 30 aprile 2014, a firma del giornalista Marco Travaglio, la quale, a sua volta, riprendeva analoghe notizie in precedenza pubblicate su altre testate giornalistiche e siti internet.
Nel dolermi dell’equivoco, cui sono stato indotto per aver fatto affidamento, in buona fede, della esattezza delle notizie da altri pubblicate, confido che la contesa con l’europarlamentare Soru, sfrondata da implicazioni e riferimenti personali, sia ricondotta nell’alveo della disputa e della dialettica puramente politica, sebbene su fronti contrapposti, voglio in questa sede riconfermare a Renato Soru le mie scuse per l’accaduto”.
Luigi Di Maio, M5S
Vice presidente della Camera

Luigi Di Maio è fra i pochi parlamentari grillini che ritengo più che decenti [se non altro a confronto con burine come Paola Taverna o incredibili boccaloni come Carlo Sibilia] e credo che nel ruolo istituzionale ricoperto sia molto valido e coscienzioso. Proprio per questo, e sforzandomi di non far battutine sterili sull’attendibilità di Marco Travaglio, vorrei dare un paio di consigli non richiesti:

  • Anzitutto, un vice-presidente della Camera non può ritenere Verità Assoluta tutto ciò che compare sui giornali, soprattutto se si tratta di accuse di carattere giudiziario, e denunciarlo in diretta televisiva come farebbe un cittadino qualsiasi. Prima di esporsi a possibili figure barbine, è quindi il caso di verificare accuratamente le notizie comparse sui giornali, spesso pubblicate in maniera troppo frettolosa.
  • Questo vale a maggior ragione per le accuse di carattere giudiziario, perché al rischio di fare la figura del boccalone si aggiunge quello di infamare in modo inopportuno una persona magari innocente. Se ciò è sbagliato quando a farlo è un parlamentare qualsiasi, diventa indecente quando a farlo è un vice-presidente della Camera.

Quindi, per cortesia, onorevole Di Maio, la prossima volta che legge qualche notizia particolarmente negativa su un suo avversario politico, si prenda qualche giorno di riflessione per verificare meglio l’attendibilità delle fonti e la veridicità dell’informazione ricevuta. Ne guadagnerebbe in credibilità e autorevolezza ed eviterebbe di ingigantire il caos informativo in cui ci troviamo immersi e che ci rende sempre più difficile distingue-re il vero dal falso.

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#M5S: partito nazionale o locale?

Ultimamente ho smesso di scrivere sul blog per vari motivi, uno dei quali è stata la “morte” definitiva del mio vecchio computer. Nel frattempo, l’Italia è finita in un caos politico che, al momento, sembra senza via d’uscita. Ne parlerò prossimamente, disastri informatici permettendo.

Sono rimasto colpito da questo articolo comparso sul blog di Gad Lerner e da alcuni dei commenti dei lettori. Non c’è dubbio che a livello locale il M5S abbia qualche problema, se il suo leader/portavoce ha deciso di disertare molti comizi. Anche se in qualche comune è riuscito a vincere le elezioni, come è accaduto in centri importanti come Parma, Pomezia e Civitavecchia, in generale il M5S ha raggiunto nelle elezioni amministrative ri-sultati notevolmente inferiori a quelli ottenuti a livello nazionale; in alcuni casi non si è presentato nemmeno alle urne, come è successo in Sardegna.

A mio avviso tale situazione è frutto della strategia scelta dai due leader del Movimento. Ho già spiegato in passato che ritenevo il Movimento Cinque Stelle un grande listone civico nazionale, ma con evidenti limiti sul piano più propriamente politico, non solo per una questione programmatica. In fondo, a pensarci bene, fu proprio con questa caratteristica che il M5S era nato: quella di un contenitore di tante liste civiche locali con lo stesso programma.

Poi, ad un certo punto, qualcosa è cambiato. Il grande successo ottenuto nelle elezioni politiche del 2013 ha forse convinto i Due Grandi Capi che fosse possibile un salto di qualità enorme, fino ad arrivare in poco tempo al governo del paese. Era un risultato considerato irraggiungibile fino a qualche settimana prima, ma che improvvisamente appariva a portata di mano. Che bisogno c’era di dialogare col PD, se il successo nazionale del M5S sembrava ormai così vicino?

L’errore di Grillo&Casaleggio a quel punto è stato duplice:

  • da una parte, si sono illusi che sarebbe bastato aspettare qualche mese per raccogliere i frutti propagandistici di un inevitabile governo di grande coalizione tra PD e PDL; il no a Bersani, quindi, era necessario per spingere i democratici all’abbraccio mortale col PDL e giocare al “tiro al piccione” contro il governo, logorando a poco a poco i due partiti che ne avrebbero fatto parte;
  • dall’altra, hanno spinto il Movimento sulla strada del populismo nazionale, anziché su quello del buon governo locale; in pratica, hanno rinunciato al progetto del contenitore unico di liste civiche locali, per concentrarsi su un disegno politico più nazionale. Scelta utile per conquistare con piccolo sforzo l’attenzione di giornali e talk show televisivi, ma in realtà sbagliata se consideriamo l’inesperienza politica di molti militanti del partito. E’ tremendamente difficile per gente comune arrivata improvvisamente in Parlamento affrontare problemi molto complicati come la burocrazia, il funzionamento della giustizia o la politica estera di un paese importante come il nostro. O meglio, è facilissimo finché sei a casetta tua a scrivere su un blog letto da cinque persone, ma è estremamente complesso farlo da parlamentare.

Tutto questo ha fatto sì che il M5S apparisse quanto meno inadeguato al ruolo richiesto ad una forza politica con quel peso elettorale: o perché si era autoescluso dal processo decisionale [salvo rarissime eccezioni]; o perché i suoi parlamentari si sono dimostrati capaci solo di urlare e fare casino, come bambini frustrati perché non ricevono attenzioni dai genitori.
Risultato: il voto al M5S si è ridotto a semplice voto di protesta. Chi vota per i grillini lo fa perché è incazzato con la classe politica, non certo per affidare a gente come Paola Taverna o Alessandro Di Battista un incarico di governo.

Un partito composto da persone comuni e volenterose avrebbe avuto più da guadagnare se si fosse limitato, a livello nazionale, a fare da “cane da guardia” dell’attività del PD, lasciando a quest’ultimo l’onere di fare proposte legislative e senza cedere a chiusure preconcette e propagandistiche: sei l’ultimo arrivato, sai a malapena quanti anni dura una legislatura, non puoi permetterti di ordinare agli altri cosa devono fare; allèati col PD su tre o quattro punti di programma, e limitati a controllare che il PD rispetti gli impegni presi. E’ importante capire, infatti, che se sei inesperto devi semplificare il più possibile il compito che ti vuoi assegnare, e non complicare tutto sperando di avere un giorno uno come Di Battista al Ministero degli Esteri, a trattare, unico al mondo, con l’ISIS.
Al tempo stesso, sarebbe stato utile concentrare le proprie energie, dialettiche e propagandistiche, sull’attività tipica delle liste civiche: andare sul territorio ad affrontare i problemi quotidiani dei cittadini, come la viabilità urbana, la gestione dei parchi pubblici e della pulizia di strade e marciapiedi, tematiche molto più semplici e alla portata di qualsiasi cittadino seriamente intenzionato a dare un suo contributo alla comunità. Invece, com’è noto, i militanti grillini hanno preferito rinchiudersi nei Meet Up o in Parlamento e, quando hanno provato a lucrare sul disagio di alcune comunità locali, sono stati pesantemente contestati [com’è accaduto di recente a Paola Taverna].

Temo quindi che, se continueranno a cianciare puerilmente di argomenti che non sanno maneggiare, come fossero dei Gasparri qualunque, anziché trattare temi più alla loro portata, i grillini porteranno in breve tempo il M5S a dissolversi.

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Bicameralismo e democrazia

Torno a scrivere sul blog dopo molto tempo. Molte cose sono cambiate nel frattempo, prima delle quali la caduta del governo Letta e la nascita di quello Renzi. Molto avrei voluto dire su tutto ciò e, poco per volta, lo farò nei prossimi giorni.

Il primo argomento che vorrei trattare è quello della riforma costituzionale [qui qualche dettaglio a riguardo]. Purtroppo non sono un docente di diritto costituzionale e, per quanto cerchi di compensare la mia ignoranza con un lavoro da auto-didatta, non credo di avere gli strumenti concreti per fare delle critiche o degli elogi nei confronti delle riforme prospettate dall’ex-sindaco di Firenze.

Molte delle critiche si concentrano sulla riforma del Senato, con l’eliminazione del cosiddetto “bicameralismo paritario“. Detto in parole povere, oggi abbiamo due Camere dotate degli stessi poteri, anche se con due elettorati differenti [solo i cittadini con più di 25 anni possono votare anche per il Senato]; qualsiasi legge deve essere approvata con gli stessi dettagli da entrambe le Camere. In un sistema parlamentare simile i rischi principali sono due:

  1. che si formino due maggioranze diverse nelle due Camere: rischio accentuato dalla diversa composizione degli elettorati di Camera e Senato [vedi link precedente] e che porta a governi di larghe intese;
  2. che il processo legislativo si allunghi in modo indefinito: detto in parole povere, se la Camera approva una legge costituita da A+B e il Senato la approva con un emendamento C, la legge torna alla Camera che deve approvare A+B+C; se non lo fa e approva solo A+B, la legge ritorna al Senato e così via, fino a quando le due Camere non trovano un accordo sui dettagli della legge. Ecco quindi l’importanza di avere una maggioranza solida, di cui al punto 1, senza la quale è difficile avere una legge in tempi certi.

Non sono un costituzionalista e quindi, per mia ignoranza, non capisco la democraticità di questo sistema che, da cittadino, mi pare assurdo. Eppure fior fior di intellettuali, come Gustavo Zagrebelsky Stefano Rodotà, hanno denunciato in questi giorni il pericolo di una “svolta autoritaria” insito nella riforma voluta da Renzi. Onestamente non so cosa dire, visto che nelle bozze della riforma circolate in questi giorni nulla si dice sui poteri del Presidente del Consiglio. L’appello però è piuttosto chiaro a riguardo:

“(La riforma crea) un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare.

Un documento diffuso online da Stefano Ceccanti, professore ordinario di Diritto pubblico comparato ed ex-parlamentare del centrosinistra, può essere molto utile. Si tratta del testo di una proposta di riforma costituzionale presentata nel 1985 da alcuni parlamentari dell’epoca tra cui, guarda un po’ il caso, lo stesso Stefano Rodotà che oggi vede nel monocameralismo e nella semplificazione accentratrice dei pericoli per la nostra democrazia. Si tratta di un testo che può aiutare un cittadino come me, desideroso di farsi un’idea, a capire perché il monocameralismo sarebbe un problema oppure no. Le cose sono, in realtà, alquanto sorprendenti. Vi offro qui qualche stralcio del testo particolarmente esaustivo, invitandovi poi a leggere tutto il resto quando avrete il tempo.

  • L’onestà intellettuale e politica impone di ricordare che l’opzione della cultura e della politica istituzionale della sinistra a favore del monocameralismo è costante e storicamente consolidata” [pp. 1-2].
    Mi sembra chiaro: secondo gli estensori di questo documento, il superamento del bicameralismo paritario è obiettivo storico della sinistra italiana. Sarà così?

  • Solo, infatti, se l’organo rappresentativo della realtà sociale [‘il Parlamento’ n. d. SC.] riesce ad esprimersi in una sola sede, attraverso un organo unico [‘una sola Camera’ n. d. SC.], in modo, quindi, che si stabilisca un rapporto col governo avente per l’espressione della rappresentanza un solo termine, non frammentato, esclusivo, è possibile che la proiezione nell’indirizzo di governo della volontà e degli obiettivi dell’istanza rappresentativa sia diretta, unitaria, effettivamente vincolante. La disarticolazione dell’istanza rappresentativa in due organi consente, invece, che per il governo si aprano spazi molto ampi” [p. 3].
    In parole povere: solo con una Camera unica il Parlamento è in grado di ispirare l’azione di governo. Il bicameralismo, paradossalmente, indebolisce [almeno secondo chi fece questa proposta nel 1985] l’autorità del Parlamento sull’esecutivo.

  • Di fronte all’organo cui è conferito il potere, è certamente depotenziato, già inizialmente, quello che provvede ad attribuirlo se risulta essere diviso in due entità; se, invece, è strutturato come organo unitario è altrettanto certo l’effetto opposto” [p. 3].
    Cioè, il potere del Parlamento risulta indebolito di fronte a quello del Governo, in presenza di due Camere distinte.

  • Non sono disgiunte queste necessità storiche da quella dell’efficienza, della produttività, del rendimento delle istituzioni. È anche su questo piano che si misura, infatti, la loro credibilità democratica. […] È proprio impossibile pensare che la rapidità delle procedure di intervento possa essere assicurata con la duplicazione di sedi organiche comportanti reiterazioni dei procedimenti necessari per la produzione degli atti di competenza parlamentare” [pp. 3-4].
    Il bicameralismo, secondo costoro, sfavorisce rapidità ed efficienza della produzione legislativa, elementi ritenuti fondamentali per la credibilità democratica di un paese.

  • Non solo, l’esistenza di una seconda Camera favorirebbe la “difesa degli interessi sezionali, corporativi, microsettoriali o la tendenza a stemperare l’incisività delle misure o a frenare l’innovazione che si tende a produrre, operando per la perpetuazione dell’esistente: oggettivamente per la conservazione. Non è la logica istituzionale ad offrire qualche sussidio alle tendenze conservatrici del bicameralismo. La consapevolezza dei bisogni dello stato contemporaneo, delle ragioni attuali della democrazia rappresentativa portano a rifiutare la duplicazione organica, la reiterazione defaticante e distorcente dei procedimenti che il sistema bicamerale comporta” [p. 4].
    Il bicameralismo renderebbe quindi troppo farraginoso il processo legislativo [“reite-razione defaticante e distorcente dei procedimenti”], finendo col favorire “oggettivamente la conservazione”, oltre che gli interessi particolari [“settoriali”]. Sembra di sentire Renzi in conferenza stampa, se non fosse per il tono accademico del discorso.

  • La ragione vera dell’esigenza di delegificare, per settori non affidabili alla potestà legislativa regionale, è tutta nella lentezza del procedimento legislativo bicamerale che, ovviamente, rende più difficile modificare testi normativi ritenuti e/o non più conformi alle necessità attuali della società ed ai compiti di un’amministrazione efficiente” [p.10].
    Il bicameralismo rende cioè molto lento il processo legislativo e molto più difficile la modifica delle leggi.

Sarà così oppure no? Perché Rodotà ha cambiato opinione nel frattempo? Forse è meglio abolire del tutto il Senato, invece di trasformarlo in “Camera delle Autonomie” come propone Renzi [cosa tra l’altro criticata nella proposta del 1985, dove si chiede espressamente l’abolizione semplice del Senato: una Camera sola e stop]?
Quel che è certo è che il monocameralismo che trent’anni fa sembrava necessario per Rodotà, oggi chissà perché costituisce una “svolta autoritaria”. Come se il Parlamento bicamerale che abbiamo oggi avesse chissà quale autonomia rispetto all’esecutivo: di leggi di iniziativa parlamentare ne vediamo pochissime, in compenso vediamo ricorrenti voti di fiducia e trattative estenuanti, e spesso infruttuose, fra i due rami del Parlamento. Mah.

Aggiornamentovi segnalo il commento di Gianfranco Pasquino sul suo blog, molto equilibrato e sensato. Ritiene quella di Renzi una riforma ‘pasticciata’, comunque migliorabile in Parlamento e tutt’altro che autoritaria. Il suo giudizio mi sembra tra i più intelligenti che abbia letto a riguardo. 

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Che fine farà il sogno di cambiamento?

Ultimamente ho poco tempo e poca voglia di scrivere sul blog. Qualche volta capita che inizi a scrivere un post e, dopo qualche riga, mi renda conto di aver scritto un mucchio di sciocchezze inutili. In quei casi, metto da parte il post per chiarirmi le idee ed evitare di ammorbare chi mi segue con delle frasi inutili e incolori.
Il risultato delle amministrative è uno degli argomenti che avrei voluto trattare. Le prime conclusioni affrettate non mi convincevano e ho voluto ragionarci un pochino su, prima di parlarne sul blog.

Anzitutto, mi sembra chiaro il netto “successo” del centrosinistra, che conquista tutti i comuni capoluogo in cui si votava. Le virgolette sono d’obbligo a causa dei livelli eccezionali raggiunti dall’astensionismo. Ha votato, infatti, solo il 59,76% degli aventi diritto nel primo turno e il 48,57% ai ballottaggi.
Si tratta di un dato pesante, condizionato da quello del comune di Roma, dove hanno votato solo 1.245.927 persone al primo turno [52,81% degli aventi diritto] e 1.062.892 al ballottaggio [45,05% degli aventi diritto], mentre nel 2008 avevano votato 1.729.287 persone al primo turno [73,66% degli aventi diritto, circa 484mila persone in più rispetto al 2013] e 1.481.795 al secondo [63,12% degli aventi diritto, circa 420mila persone in più rispetto al 2013].

Evito di snocciolare altre cifre ma anche negli altri comuni si è verificato un calo simile, nonostante percentuali di affluenza più alte rispetto a Roma. E’ difficile quindi parlare di un vero successo del centrosinistra, i cui esponenti, al massimo, possono essere felici di aver perso meno voti degli altri partiti.

Detto del centrodestra che perde ovunque salvo pochissime eccezioni [tra le quali, guarda un po’ il destino, la città in cui vivo io], il dato interessante è quello del Movimento Cinque Stelle.

Non c’è dubbio che il vero sconfitto di queste elezioni sia proprio il Movimento di Beppe Grillo. Anche se ha vinto in due comuni, cioè Pomezia e Assemini, il partito grillino è uscito notevolmente ridimensionato dal turno elettorale.

Il flop grillino è particolarmente evidente se si considerano i risultati delle elezioni in Sicilia. Solo ad ottobre 2012, nelle elezioni regionali, il M5S aveva raggiunto un risultato “eccellente” [virgolette d’obbligo, vista la scarsa affluenza], ottenendo il 14,90% dei voti. Otto mesi dopo, la disfatta ha prodotto un crollo dal 30% al 4% circa in comuni come Messina, Siracusa e Catania; dal 41% al 15% a Ragusa, unico comune dove il partito di Grillo è riuscito a raggiungere il ballottaggio.

Disfatta netta a cui i grillini stanno cercando di porre rimedio con le solite armi della vecchia politica:

  • derubricando il voto a semplice risultato di elezioni amministrative prive di valenza nazionale, quando invece la fuga in massa degli elettori dalle urne dimostra che una seppur minima valenza nazionale c’è [tanto che lo stesso Andrea Scanzi è costretto ad ammetterlo];
  • sottolineando il dato dell’astensionismo per svalutare la vittoria del PD, come se alle regionali in Sicilia ad ottobre non avesse votato solo il 45% degli elettori o alle comunali di Parma vinte da Pizzarotti solo il 64% [evidentemente, se il M5S va bene il dato dell’astensionismo non conta nulla] e come se fosse una giustificazione valida per un partito dire di non aver preso voti perché i cittadini sono schifati dalla politica;
  • giustificando il risultato negativo con presunti errori di comunicazione [“Dire no al Pd era coerente, e il Pd non ha mai cercato veramente il M5S (tranne qualche panda qua e là). Ma è stato detto male e comunicato peggio” dice Scanzi, dimenticando, da buon grillino fomentato, che senza accordi col PD il M5S in Parlamento non può fare un tubo];
  • giustificando il risultato negativo con un grande classico della propaganda berlusconiana, la “stampa corrotta e di parte”, che è tale se e solo se attacca te, ovviamente, come nel caso di Report [“Il Movimento 5 Stelle è odiato da quasi tutti i media. Se i giornalisti avessero cercato le pulci (vere e immaginarie) a Pd e Pdl come hanno fatto e fanno al M5S, non vivremmo nel paese in cui viviamo. In Italia sei un “giornalista libero” soltanto se voti Pd fingendo di criticarlo; in tutti gli altri casi sei fazioso. Funziona così (prrrrrr) […] La cattiva stampa, che ha già cancellato il caso-Quirinale, ha fatto il resto. Trasformando la buffonata del “è tutta colpa di Grillo” in postulato assoluto“, afferma lo stesso Scanzi che, da buon grillino, definisce una buffonata dare a Grillo tutta la colpa del mancato accordo col PD, ma è d’accordo nel darla tutta a quest’ultimo];
  • giustificando il risultato negativo con un altro grande classico, questa volta della sinistra [dal PD a Rifondazione Comunista], “gli italiani beoti che votano in modo sbagliato perché sono scemi/immorali/disinteressati al cambiamento” [“La maggioranza degli italiani non si indigna. Mai: si sfoga, si incazza. E poi lascia che tutto rimanga com’era […]. Accettiamo (accettano) cose e ingoiamo (ingoiano) rospi allucinanti  […] In Italia non c’è memoria storica. Gli errori del Pd durante la rielezione di Napolitano non li ricorda più nessuno […]. Il più grande limite del M5S risiede nell’utopia (infantile) di credere che milioni di italiani possano cambiare mentalmente. Follia pura. In Italia non c’è mai stata una rivoluzione fisica, figuriamoci culturale“, la disamina veramente obiettiva di Scanzi].

In realtà, molti si sono accorti che il M5S si è cacciato in un vicolo cieco. Stando da solo, il partito non è in grado di far nulla perché gli mancano i numeri per far approvare le leggi. Troppo comodo, e persino infantile, chiedere agli altri di fare i governi e di votare, però, le leggi proposte dal M5S.

Non disponendo di una maggioranza in Parlamento, il M5S diventa inutile perché non è in grado di far approvare le proprie leggi. Grillo si è illuso, e questo conferma quanto l’ex-comico sia incapace come stratega politico, che chiudendosi in un angolino a puntare il dito contro i “politici corrotti” avrebbe potuto lucrare sugli errori che avrebbero commesso i partiti. Così facendo però, e dicendo no alla proposta di Bersani, Grillo ha semplicemente rinunciato ad avere un ruolo attivo e propositivo, denunciando agli elettori la propria impotenza politica.

Ho già scritto per quale motivo, secondo me, il no a Bersani sia stato un autogol clamoroso per i grillini. Il voto di maggio/giugno, sempre secondo me, lo conferma: piuttosto che rivotare per il Movimento Cinque Stelle, gli elettori hanno preferito restare a casa. Prendersela con la stampa o con gli elettori diventa quindi ridicolo, se non sei in grado di capire perché l’elettorato sta cominciando a voltarti le spalle.

E’ possibile cambiare strategia? Forse no, perché il M5S avrebbe dovuto sfruttare meglio il risultato strepitoso, e credo irripetibile, ottenuto a febbraio. Si trattava di un’occasione unica, in cui un partito composto da cittadini comuni, con 160 parlamentari a propria disposizione, avrebbe potuto incidere in maniera notevole sulle scelte del governo.
Invece di mantenere un atteggiamento laico e dialogante col PD, per il bene del paese, si è deciso di seguire la via ideologica dello scontro a tutti i costi, equiparando [a torto] il PD al PDL e seguendo le farneticazioni di chi, come Travaglio, non si limita a criticare ma distorce la realtà, equiparando realtà politiche molto diverse tra loro. Il PD non è il PDL; la buffonata del PD-meno-elle è, appunto, una pagliacciata da clown; Bersani non è Berlusconi. Questo, ovviamente, al netto dei tantissimi errori compiuti dai democratici, che non mancano ma non li rendono uguali ai pdiellini.

Un accordo, quindi, si sarebbe potuto fare e avrebbe aiutato il paese a lasciarsi alle spalle vent’anni terribili. Per la cieca intransigenza di qualche esaltato questo non è stato possibile e ora sarà a dir poco impossibile vedere il M5S al governo. O pensate davvero, dopo aver preso il 4% in molti comuni, di ottenere alle prossime elezioni il 51% a livello nazionale?

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Il “complotto” dei complottisti

Il Post oggi ha pubblicato un interessante articolo sugli studi scientifici relativi al complottismo.
Le teorie del complotto hanno sempre un certo successo, anche quando replicano in modo patetico le stesse risposte per decine di eventi diversi o quando si contraddicono tra di loro. Il fatto che si commenta, tutto sommato, conta fino ad un certo punto, perché «una teoria del complotto non è tanto la risposta a un singolo evento, quanto l’espressione di una visione del mondo complessiva», come si cita nell’articolo. Ciò che conta è la continua conferma della Grande Idea, cioè che il mondo sia controllato da una forza totalitaria e misteriosa che assume ogni volta forme diverse: Bilderberg, Trilateral, Cia, Mossad, i “mercati finanziari” o gli “speculatori”, le case farmaceutiche, le multinazionali del petrolio, la lobby delle armi, la magistratura comunista ecc.ecc.

Alcuni complottisti discutono della sparatoria del 28 aprile davanti a Palazzo Chigi

Alcuni complottisti discutono della sparatoria del 28 aprile davanti a Palazzo Chigi

Il problema è che queste teorie, prosegue l’articolo, si coniugano spesso con un senso di impotenza che porta l’individuo a diffidare della possibilità di cambiare la realtà: d’altronde, come si potrebbe cambiare la realtà, se questa è dominata da forze oscure che controllano risorse economiche ingenti e se tutti i media principali tendono ad occultare la verità? Il complottismo porta, quindi, alla rassegnazione nei confronti dell’esistente.

La cosa più deprecabile è che questa forma di rassegnazione tende a sviare il discorso dalle questioni realmente importanti, su cui saremmo in grado di agire se ce lo facessero notare, a quelle infantili sull’uomo nero brutto e cattivo.
Così, invece di parlare della guerra in Iraq e di Guantanamo, non proprio due sciocchezzuole, il complottista preferisce perdere il suo tempo con strampalate teorie sull’attentato alle Torri Gemelle. Invece di interrogarsi sull’attuale crisi economica, sulle sue eventuali cause e le possibili soluzioni, il complottista preferisce parlare di Bilderberg e Trilateral, anche se non sono di certo i suoi componenti a dettare la linea ai governi.

In poche parole: non solo si elaborano delle teorie cervellotiche prive completamente di fondamento, ma si svia anche il discorso da questioni più serie. Chissà, magari anche loro fanno parte del Bilderberg e cercano di disinformare i cittadini!

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